martedì 17 novembre 2009

Centro-destra, la fine di un sogno


(Comunicato stampa)

E’ oramai generalizzato lo sbando in cui versa il PDL nel territorio.

Da Fermo a Porto San Giorgio a Montegiorgio è un continuo rincorrersi di veti, ricatti, ripicche, ma soprattutto di un preoccupante “nulla politico” da parte di una classe dirigente inadeguata per comprendere e saper rappresentare le reali necessità della comunità che con tanta speranza li aveva chiamati a risolvere i propri problemi.

Il trionfo del populismo, della bugia, della arroganza, del comando - e non del governo della cosa pubblica -, oltre alla mancanza di confronto hanno solo prodotto disastri e guasti di difficile soluzione.

A Fermo, dopo otto anni di questa amministrazione, oltre al fallimento politico di Di Ruscio & C., rimangono solo macerie.

Una politica economica, quella di Di Ruscio, piena di clientelismo, volta a creare una voragine di debiti come nel caso dell’ASITE, e contraddistinta dalla totale mancanza di attenzione per la tutela dell’ambiente e del territorio.

La sabbia di Marina Palmense, le varianti urbanistiche ad personam, le discariche incontrollate, la distruzione di aree nel centro storico - come l’area Vallesi -, le Centrali a Biomasse nate sul territorio, l’assenza di una politica per riqualificare il centro storico o di un’dea per migliorare la viabilità urbana. Tutte questioni che sono il segnale inequivocabile di un fallimento culturale e politico.

Attribuire come fa Di Ruscio ogni proprio fallimento a cause esterne alla sua volontà o a nemici e traditori infiltrati è la dimostrazione di un modo di agire di chi non riconosce i propri errori e limiti.

Il suo motto è vivere delle proprie certezze, eliminare ogni complessità, controllare l’informazione con finanziamenti o sponsorizzazioni da parte delle sue controllate ASITE e SOLGAS per essere sempre osannato e soprattutto per non essere disturbato nel suo lavoro, in questi otto anni volto unicamente ad accontentare i suoi fedelissimi a discapito della collettività.

Il trasformismo, il pressapochismo e l’opportunismo di Di Ruscio hanno poi raggiunto l’apice con i lotti Alberghieri di Casabianca.

Dopo aver tenuto tre anni fermi i progetti nel suo cassetto, in attesa di diventare Presidente della Provincia per agevolare il cambio di destinazione da alberghi a residenze, cosa poi miseramente fallita, è uscito sulla stampa affermando candidamente che tanto gli alberghi non si faranno mai, perché non convenienti per i privati.

Quale soluzione propone allora il Sindaco Di Ruscio?! Visto che ha avuto ben otto anni per trovarne una, non ci venga a dire ora che la sua idea è quella di abbassare di un piano gli alberghi, farne residenze per avere in cambio chilometri di meravigliosi marciapiedi, parcheggi posti a chilometri di distanza o forse stupende rotatorie da riempire di sponsor. Abbiamo l’impressione che come per la Ned, le Centrali a Biomasse o il project financing questa “soluzione” sarebbe scontata e poco credibile.

L’egemonia berlusconiana ha creato, purtroppo, tanti piccoli cloni sparsi nel territorio, con una grande concentrazione nel Fermano, spesso anche peggiori dell’originale.

La scientifica semplificazione di tutto come metodo populistico per creare consenso ha prodotto una perdita collettiva di distinzione tra il vero ed il falso, tra il giusto e l’ingiusto, tra il necessario ed il superfluo, tra l’opportuno e l’inopportuno, tra il corretto e lo scorretto, facendo venire meno un grande valore che deve essere alla base di ogni agire umano: la Dignità delle persone. Valore assoluto e senza compromessi che deve essere sempre alla base dell’agire politico. E’ stato questo il più grande limite del fallimento del centro-destra non solo nella nostra città ma in tutto il Paese. Così il sogno si traduce in incubo; e, come al solito, solo i cittadini ne pagano le conseguenze.


Il Segretario di Federazione del PRC di Fermo

Il Segretario di Circolo del PRC di Fermo

Il Gruppo Consiliare del PRC di Fermo


lunedì 16 novembre 2009

Ancora sull'idillio tra D'Alema e Berlusconi


Masi, direttore generale della RAI, ha detto la verità: "Io non ho sbagliato nulla e Berlusconi è con me". Lo psiconano ha due ragioni coincidenti per distruggere la RAI. La prima è evitare il fallimento di Mediaset, la seconda mantenere la poltrona di presidente del consiglio. L'informazione lo ha reso ricco e impunit...o. Masi non sbaglia un colpo. La RAI perderà quest'anno tra i 50 e i 70 milioni di euro. Nel 2010 si prevede il doppio. Le trasmissioni fanno cagare, tranne le solite eccezioni. La pubblicità è scesa del 20%, due volte Mediaset. Sky è stata messa alla porta per il digitale terrestre con una perdita di 50 milioni di euro. I telegiornali di Minzolini sono un'istigazione a delinquere. Minchiolini farebbe la fortuna dei luna park a 50 euro a calcio nel culo. Sono sicuro che c'è chi darebbe l'intera tredicesima. La RAI è in stato pre fallimentare e Masi è il liquidatore nominato dal concorrente. La RAI merita di fallire. Non c'è alcun dubbio. Va aiutata per evitarle una lunga agonia. Insieme alla RAI va chiusa però anche Mediaset. Per farlo non c'è bisogno di una legge sul conflitto di interessi o di internare Testa d'Asfalto. E neppure boicottare le imprese che fanno pubblicità sulle sue reti. Va semplicemente modificata una legge. La legge D'Alema 1999 (pagina 32, legge 488, art.27 comma 9) che regala le frequenze televisive nazionali a Mediaset. Berlusconi paga solo l'uno per cento del fatturato per le concessioni governative. Chiunque può diventare un magnate con D'Alema. E' come se cedessimo a un'agenzia il nostro appartamento in cambio dell'uno per cento dell'affitto. D'Alema proposto ministro degli esteri della UE da Berlusconi è il coronamento di una lunga storia d'amore.
Se Mediaset pagasse il giusto allo Stato, una cifra tra il 20 e il 30%, fallirebbe. La legge D'Alema va cancellata, la RAI restituita ai cittadini senza pubblicità e senza nomine politiche. Lo scorso anno Mediaset ha avuto un profitto di 692 milioni di euro, pochi per una società di proprietà di un concessionario dello Stato che governa lo Stato e anche la televisione di Stato. Chiunque saprebbe fare meglio, nessuno potrebbe essere peggio. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.

Beppe Grillo

mercoledì 11 novembre 2009

«L'addio al comunismo? Costato un milione di morti»


Le conclusioni dello studio aprono un dibattito ideologico

«L'addio al comunismo?
Costato un mil
ione di morti»

La rivista Lancet: nell'Est la mortalità è aumentata del 13% per le privatizzazioni

Quanti morti può fare una privatizzazione? O meglio — se un conto si può fare — quante vite è costato il passaggio dal comunismo al capitalismo? E ancora: si può conteggiare l'effetto delle ricette economiche che quella transizione l'hanno dettata negli eltsiniani (e clintoniani) anni Novanta? Il conto è stato fatto. Pubblicato su una delle più prestigiose riviste di medicina internazionali, l'inglese Lancet, 4 anni di lavoro, modelli matematici complessi, basandosi sui dati del'Unicef dal 1989 al 2002. La conclusione: le politiche della privatizzazione di massa nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est hanno aumentato la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di 1 milione di persone.

Non che, finora, qualche stima non fosse stata fatta. L'agenzia Onu per lo sviluppo, l'Undp, nel '99 aveva contato in 10 milioni le persone scomparse nel tellurico cambio di regime, e la stessa Unicef aveva parlato dei 3 milioni di vittime. Lo studio di Lancet (firmato da David Stuckler, sociologo dell'Oxford University, da Lawrence King, della Cambridge University e da Martin McKee, della London School of Hygiene and Tropical Medicine) invece parte da una domanda diversa: si potevano evitare tante vittime, e sono da addebitare a precise strategie economiche? La risposta è sì. Ed è la «velocità » della privatizzazione che — secondo Lancet — spiega il differente tasso di mortalità tra i diversi Paesi. Si moriva di più dove veniva adottata la «shock therapy»: in Russia tra il '91 e il '94 l'aspettativa di vita si è accorciata di 5 anni. Nei Paesi più «lenti », invece, come Slovenia, Croazia, Polonia, si è allungata di quasi un anno.

Grazie, signor Jeffrey Sachs. Perché se gli operai inglesi negli anni '80, come nel film di Ken Loach, «ringraziavano» la signora Thatcher, gli operai delle fabbriche chiuse dell'Est devono (in parte) la loro sorte al geniale economista americano, consigliere allora di molti governi dell'Est. E infatti il signor Sachs ha risposto piccato, con una lettera al Financial Times. Ma quel «milione di morti» ha ormai accesso il dibattito ai due lati dell'Oceano, sulle pagine del New York Times e nei blog economici. «S'è scatenata — risponde da Oxford David Stuckler — una rissa ideologica, ma noi non volevamo infilarci in un dibattito politico. Volevamo puntare l'attenzione sui rischi sociali. E poi, il nostro non è un attacco alla shock therapy, tant'è che analizziamo solo le privatizzazione, non le liberalizzazioni o le politiche di stabilizzazione ».

E il signor Sachs? Contesta i numeri. Dice, all'Ft, che «dove sono stato consigliere, come in Polonia, non c'è stato nessun incremento della mortalità». E il caso russo, dove sono state «vendute 112mila imprese di Stato» dal '91 al '94 contro le 640 della Bielorussia, e i tassi di mortalità sono 4 volte maggiori? Colpa delle diete russe, dice Sachs, ma più ancora del crollo dell'impero, «degli aiuti negati dagli occidentali a Mosca», «tanto che nel '94 mi sono dimesso» da consigliere del Cremlino. Non rinuncia all'occasione di seppellire Sachs il suo vecchio nemico, il Nobel Joseph Stiglitz. «Lancet ha ragione, la Polonia è stata un caso di politiche graduali. Quanto alla shock therapy, guardando indietro, è stata disastrosa. Pura ideologia, che ha distorto delle buone analisi economiche».

C'è un altro dato che emerge nella ricerca. Il legame disoccupazione- mortalità nell'ex Unione sovietica. «Il perché è evidente: erano le fabbriche che spesso garantivano screening medici», dice Stuckler. Con la loro chiusura nell'ex Urss è crollato anche il sistema sociale. Numeri impressionanti di morti per alcol, di suicidi. «Mentre dove c'era una forte rete sociale — come nella Repubblica ceca in cui il 48% delle persone faceva parte o di un sindacato o va in Chiesa — l'impatto è stato quasi nullo».
Il sociologo Grigory Meseznikov, uno dei più apprezzati politologi dell'Europa dell'Est, risponde al telefono al Corriere che «sì, sui ceti inferiori l'impatto è stato forte. Ma poi, accanto ai danni immediati, bisogna valutare i benefici e l'impatto positivo a lungo termine». A Lubiana, il sociologo Vlado Miheljak, invece, ricorda che «tra i motivi del successo sloveno, a parte la maggiore integrazione con l'Ovest, c'è stata soprattutto la lentezza. Allora tutto il mondo ci criticava perché non privatizzavano come i cechi, come gli ungheresi. Invece probabilmente, è stata la nostra salvezza».

Mara Gergolet
23 gennaio 2009

martedì 10 novembre 2009

Il popolo degli abissi


Nel 2003, dpo cinquant'anni di assenza, la Robin Edizioni decide di ristampare questo romanzo di London. Nel 2008 è già alla terza edizione, e venerdì mi è arrivato in libreria. E' una sorta di trattato di sociologia per esperienza diretta, una sorta di discesa negli inferi. London decide di andare a vivere con i malfamati, nei bassifondi, nella zona povera di Londra, rischiando la vita in luoghi che nessuno osava avvicinare. Entra a farne parte, di quei luoghi e di quella gente, diventa uno di loro, veste come loro, mangia come loro, vive come loro:

Dal mio nuovo abbigliamento discendevano altri mutamenti di condizione. Scoprii che quando attraversavo un incrocio affollato dovevo stare più attento ad evitare veicoli, e mi apparve chiaro che il valore della mia vita era sceso in proporzione a quello dei miei vestiti.

Jack London, Il popolo degli abissi - Robin Edizioni

venerdì 6 novembre 2009

Trasversalità: la chiusura del cerchio

Ue: governo sostiene D'Alema Giro d'orizzonte di Berlusconi per fare primo punto



(ANSA) - ROMA, 5 NOV - Il governo italiano conferma il sostegno alla candidatura di Massimo D'Alema alla guida della politica estera comunitaria. Una posizione, secondo quanto si e' appreso, che il premier Berlusconi avrebbe ribadito nel corso di una serie di contatti avuti nei giorni scorsi con le cancellerie europee per fare il punto su questo tema. Un giro d'orizzonte che rappresenta solo un primo passo nella delicata trattativa che coinvolge i governi e i gruppi parlamentari europei.