mercoledì 28 gennaio 2009

L'ESERCITO DEL MALE

Era nell'aria. Che è mefitica. Berlusconi usa gli episodi di violenza sulle donne per scatenare una vera e propria campagna liberticida, che con l'obiettivo di mettere argine alle aggressioni a sfondo sessuale c'entra come i cavoli a merenda. Per il presidente del Consiglio è in corso una vera e propria guerra, alla quale rispondere con strumenti coerenti. Ad un non meglio definito «esercito del male» che minaccia mortalmente la civile convivenza serve opporre l'esercito vero, quello di Stato. Dunque, non più tre, ma trentamila uomini armati a presidiare le città italiane. Coordinati - aggiunge un La Russa in preda ad esaltazione mistico-bellica - dalla Guardia di Finanza, dalla Polizia penitenziaria, dalla Polizia locale. Tanto da suscitare la reazione del ministro degli Interni che chiede (udite! udite!) di unire alla presenza militare anche misure capaci di affrontare il tema del degrado ambientale nel cui brodo si producono situazioni di pericolosità sociale. La fabbrica della paura, sapientemente alimentata, marcia a pieni giri. E' la paranoia di stampo bushista in versione nostrana. Ricordate la crociata contro gli «Stati canaglia?». Quella fu propedeutica alla teorizzazione della guerra preventiva e di una politica di aggressione che sta provocando lutti e catastrofi sociali immani su scala planetaria; questa - con identica intenzione fraudolenta - prova ad instaurare un clima di infondato terrore per giustificare una militarizzazione della società. Non vi è persona talmente avara di buon senso da non capire che non sarà mai l'esercito a contrastare "la criminalità diffusa" o la violenza, in particolare quella sulle donne, che oltre tutto si consuma - non lo si dimentichi - in massima parte tra le mura domestiche. E allora, perché questo forsennato accanimento? Perché questa scoppiettante prosopopea con cui si annuncia la lotta dura del governo contro il crimine, in un paese surrealmente dipinto come la Gotham City batmaniana? Con tutta evidenza, il battage ha altri e diversi obiettivi. Il primo è la collaudata opera di depistaggio dell'opinione pubblica, dei cittadini, ai quali si propinano emergenze immaginarie per occultare quelle reali, che hanno a che fare, più ruvidamente, con la precarietà materiale ed esistenziale in cui la crisi sta precipitando milioni di persone senza trovare nelle misure del governo risposte adeguate.Il secondo ha ben altra gravità, perché rivela la filigrana della politica governativa in materia di sicurezza: vis persecutoria contro i migranti, reato di immigrazione clandestina, limitazione degli spazi pubblici alle manifestazioni, contrasto all'esercizio del diritto di culto. E poi, il pacchetto giustizia del governo, che mentre ingessa le prerogative e gli strumenti di indagine della magistratura inquirente, lancia un piano edilizio per la proliferazione degli istituti di pena (da privatizzare!), più per moltiplicare (per dieci, anche in questo caso?) il numero dei reclusi che non per affrontare il drammatico problema del disumano sovraffollamento delle carceri. La verità è che siamo di fronte ad un salto di qualità nell'escalation autoritaria, nella torsione antidemocratica, nella compressione dei diritti e delle libertà costituzionali. Si guardi a quel che sta accadendo, nelle parti e nell'insieme, e se ne avrà per intero l'inquietante percezione. Una (piccola?) chiosa finale: il giorno dopo un accordo contro i lavoratori e contro il più grande sindacato italiano il governo militarizza le piazze. Coincidenze?
Dino Greco
Liberazione del 25.01.2009

L'EQUILIBRISTA


«Né con la Cgil, né contro»

Né con la Cgil ma neanche esplicitamente contro. In mezzo, insomma, come ha sempre provato a fare il Piddì in quest'anno e mezzo di vita. In mezzo, ad essere sinceri: un po' più spostati sul «lato» del governo ma sostanzialmente al centro. Si parla, come è facile capire, dell'accordo separato scritto dalla Confindustria e da Sacconi e subito sottoscritto da Cisl e Uil. Senza la Cgil. Un accordo che, com'era facile prevedere, ha finito per squassare quasi esclusivamente il Partito democratico. Una situazione dalla quale, ieri, il segretario Veltroni ha provato a uscire nel solito modo. Inventandosi una sorta di terza strada (appunto: né con la Cgil, né contro): in pillole ha detto che sì, il sistema contrattuale va riformato da cima a fondo e che le risorse andrebbero destinate soprattutto alle vertenze aziendali. Cosa che del resto era messa nero su bianco nel programma elettorale del Piddì. Quindi in linea di massima, il contenuto dell'intesa separata non dovrebbe dispiacere a Veltroni. Solo che, aggiunge il segretario, una riforma di queste dimensioni non si può fare escludendo il più grande sindacato. E allora? Allora ecco la proposta. Che, a ben vedere, è la stessa identica che accompagnò le fasi finali della trattativa per la cessione dell'Alitalia. Il segretario dei democratici insomma chiede un supplemento di trattativa, per consentire il ritorno della Cgil al tavolo. Tutto qui: nessun commento sull'abrogazione del contratto nazionale, nulla neanche sulla possibilità offerta alle imprese di scendere sotto i minimi contrattuali. Veltroni, insomma - come del resto suggeriscono gli uomini del suo staff - pensa solo a chiudere presto la vicenda. Magari suggerendo alla Cisl, alla Uil e alla Marcegaglia di scrivere una paginetta di premessa all'accordo, con dentro anche qualche impegno del governo ad intervenire a sostegno dei redditi e così convincere Epifani a firmare.
Difficile dire se questo basterà alla Cgil. Sicuramente comunque l'escamotage pensato da Veltroni non basterà a mettere la sordina alla discussione interna. Che sta diventando esplicita, come mai forse è accaduto nel Partito democratico. Le tappe che hanno portato a surriscaldare il dibattito interno sono note: ha cominciato D'Alema, spiegando che un'intesa su un argomento di questa portata non può avere valore senza la firma della confederazione più rappresentativa. E in più, l'ex ministro degli Esteri ci ha aggiunto la richiesta che, almeno, l'intesa sia sottoposta al giudizio dei lavoratori, con un referendum. La risposta non s'è fatta attendere. Uno dopo l'altro sono insorti prima Marini, poi via via gli altri ex margheritini che hanno mantenuto uno stretto legame con la Cisl. Fino ad arrivare a Fioroni. Tutti hanno parlato di accordo epocale, hanno denunciato la «scelta politica più che sindacale» operata da Epifani, invitandolo a ripensarci. La contro-reazione a difesa della Cgil, ha fatto salire ancora di più la temperatura: perché ha fatto uscire allo scoperto dirigenti che fino ad allora s'erano tenuti in disparte, come l'ex ministro Damiano, e ha sparigliato le carte. Per dirne una, anche Piero Fassino ha scelto di collocarsi decisamente all'opposizione interna. Almeno su questo tema sta con Bersani, è contro Veltroni. Senza contare che anche nel «fronte cattolico» si sono manifestate le prime defezioni: naturalmente si parla di Rosi Bindi - che ancora ieri sosteneva la necessità non tanto di coinvolgere la Cgil ma di tener conto delle sue obiezioni - ma non solo di lei. Per esempio, tutta la componente che all'epoca dei Diesse si chiamava «Cristiano sociali» non sembra disposta a tollerare lo strappo con la Cgil.
Dunque oggi Veltroni si trova un po' più solo. Incalzato addirittura dagli alleati-concorrenti dell'Idv che all'improvviso sembrano aver scoperto una vocazione sociale. Queste le parole del capogruppo del partito di Di Pietro al Senato, Belisario: «Isolare il maggior sindacato è un errore che il paese non può permettersi». Un po' più solo, allora. E per tutti valgano le parole di Gianni Cuperlo. Deputato, fino a ieri dirigente dei Diesse, che la geografia interna assegna ai dalemiani, anche se ha sempre mantenuto un ruolo autonomo. In ogni caso è un profondo conoscitore di cosa sia davvero questo partito. E Cuperlo ci dice così: «Le responsabilità sono soprattutto del governo, è evidente, perché non si fa un'intesa su argomenti così rilevanti a prescindere, chiudendo la porta in faccia al pezzo più importante del sindacato». Le «colpe» sono del governo, dunque. Ma non solo: «Veltroni anche poco fa ha detto che è normale in un grande partito avere posizioni differenti. Questa discussione avviene però dopo la vicenda di Eluana, avviene dopo le tensioni interne su Gaza. Tutto ci dice allora che è arrivato il momento di affrontare la questione vera, la più seria: è arrivato il momento di discutere del profilo di questo partito. Cosa è, cosa vuole essere». Cuperlo dice di più: «E' arrivato il momento di discutere delle ragioni che ci tengono assieme». Poi aggiunge: «E' arrivato il momento di discutere del "se" dobbiamo stare assieme». Sembra l'inizio di un congresso. E magari stavolta sarà pure vero.


Liberazione del 27.01.2009

martedì 20 gennaio 2009

Gaza


Gaza

di José Saramago

La sigla ONU, lo sanno tutti, significa Organizzazione delle Nazioni Unite, vale a dire, alla luce dei fatti, niente o troppo poco. Possono affermarlo i palestinesi, le cui scorte alimentari stanno finendo, o sono già finite, perché così ha imposto l'assedio israeliano, deciso evidentemente per condannare alla fame le 750 mila persone registrate come rifugiati. Manca già il pane, sta per finire la farina, l'olio, le lenticchie e lo zucchero stanno per seguire lo stesso destino. Dal 9 dicembre i camion dell'agenzia delle Nazioni Unite, carichi di cibo, attendono che l'esercito israeliano permetta loro di entrare nella Striscia di Gaza, autorizzazione che verrà ancora una volta negata o rimandata fino all'ultima disperazione e l'ultima esasperazione dei palestinesi affamati. Nazioni Unite? Unite? Contando sulla complicità o la vigliaccheria internazionali, Israele si prende gioco delle raccomandazioni, delle decisioni e delle proteste e fa ciò che vuole, quando e come vuole. È arrivato al punto di proibire l'ingresso di libri e strumenti musicali, come se si trattasse di prodotti che possono mettere in pericolo la sicurezza di Israele. Se il ridicolo uccidesse, non resterebbero in piedi un solo politico né un solo soldato israeliano, specialisti in crudeltà, addottorati in disprezzo, persone che guardano al mondo dall'alto della insolenza che sta alla base della loro educazione. Comprendiamo meglio il loro dio biblico ora che conosciamo i suoi seguaci. Jehova, o Yahvé, o come lo si chiami, è un dio vendicativo e feroce che gli israeliani mantengono permanentemente attuale.

mercoledì 14 gennaio 2009

Il nostro caro Pd


Gaza/ Da Fassino a Ronchi, fronte bipartisan a serata pro-Israele

In sala anche Cicchitto, Gasparri, Colombo, Ranieri

[...] il messaggio che tutti hanno portato è uno: la responsabilità di quello che sta accadendo è di Hamas, che ha rotto la tregua e da anni bersaglia Israele con i missili.

Vomito dove capita...

Angeli a pezzi


Sono e rimango dell'idea che l'orrore vada sbattuto in faccia, in maniera martellante, sistematica, a costo di assuefare la gente ad esso, a costo di arrivare al punto che l'orrore passi in Tv tra uno spaghetto ed una polpetta, tra un rutto alcolico ed il caffè. Ma almeno non ci sarebbero più scusanti, non ci si potrebbe nascondere dietro uno stucchevole "non sapevo". E finalmente si potrebbe affermare che ci sono bestie nell'esercito e nel governo israeliano come ci sono bestie tra di noi. Indifferenti, ciniche ed ignoranti.

Detto questo, ho preferito mettere in evidenza quel disegno piuttosto che la testa mozzata di una bambina palestinese, foto che apre il blog di Vittorio Arrigoni, un pezzo di un angelo, cioè del messaggero, dell'inviato. Quella foto difatti si fa messaggera di un bestiale genocidio perpetrato negli anni, e che oggi vede uno dei suoi momenti più disumani prendere forma a Gaza, sotto forma di pezzi di bambini che, come in un puzzle macabro, messi insieme formano il quadro del massacro.

Ma l'orrore non si ferma qui, non si spegne nella crudezza di quelle immagini di morte. No. Il dolore si trasforma in indignazione non solo per la disparità delle forze in campo o per il regime mediatico che fa disinformazione, ma perché Vittorio Arrigoni e gli altri eroi che rischiano la propria vita per raccontarci la realtà sono stati minacciati di morte da Israele e dagli Usa. Ad esempio è stato creato un sito apposito che riporta foto e dati segnaletici di Arrigoni, nel quale viene indicato come bersaglio numero uno delle forze militari israeliane, e si riporta la frase "liberarcene per sempre".

Al peggio non c'è mai fine. Restate umani (Arrigoni docet)