giovedì 31 luglio 2008

L'indispensabile svolta a sinistra



La deriva centrista dopo il Pci è stata una cosa spesso ridicola. Cambi di nomi assurdi e vergogna della propria identità. Le destre si sono radicalizzate ed hanno aumentato i voti, ed hanno vinto nettamente.

La realtà, l'unica verità è che negli ultimi anni (da Berlusconi in poi) le destre si sono prima sdoganate e poi radicalizzate. Non si vergognano del loro passato ma anzi lo sbandierano. Cercano di revisionare i libri di storia denigrando la Resistenza e giustificando il fascismo. In questi anni loro hanno lavorato bene sulla radicalizzazione e sulla convinzione di essere intimamente fascisti, tutti. Questo li rende non solo coerenti, ma anche rispettabili agli occhi dei loro elettori.

Invece i nostri hanno tagliato i ponti col passato per andare a prendere i voti dei centristi, cioè quelli della vecchia Dc, la parte a sinistra. Unendoli poi a quelli dei poveri cristi che hanno forgiato lavando loro via quel poco comunismo rimasto. Siamo arrivati ad un punto che molti quasi si vergognano del loro passato, spesso lo negano.

I nuovi partiti della pseudo sinistra sono una delle tante vittorie delle destre negli ultimi anni. Si sono radicalizzate ed hanno minato gli avversari al loro interno, spogliandoli della loro stessa identità, li hanno resi erranti senza meta e senza ideali, spersi.

Chi si presta a questo gioco è oggi un fascista.

mercoledì 30 luglio 2008

Iraq: invasione per il petrolio



di Noam Chomsky

L'accordo che il ministero del petrolio iracheno sta per firmare con quattro compagnie petrolifere occidentali solleva una serie di interrogativi sulla natura dell'occupazione statunitense dell'Iraq.

Interrogativi a cui i candidati alla presidenza dovrebbero cercare di rispondere e che dovrebbero essere oggetto di un serio dibattito sia negli Stati Uniti sia nell'Iraq occupato, dove la popolazione sembra tagliata fuori dalle decisioni sul futuro del paese.

Baghdad sta negoziando con Exxon Mobil, Shell, Total e Bp – le quattro partner originarie dell'Iraq petroleum company di qualche decennio fa, a cui ora si sono aggiunte la Chevron e qualche altra piccola compagnia – per rinnovare la concessione petrolifera perduta negli anni delle nazionalizzazioni, quando i paesi produttori di petrolio ripresero il controllo delle loro risorse.

I contratti senza gara d'appalto, a quanto pare scritti dalle stesse compagnie petrolifere con l'aiuto delle autorità americane, hanno prevalso sulle offerte di altre quaranta società, tra cui alcune cinesi, indiane e russe.

"Nel mondo arabo e nell'opinione pubblica statunitense circola il sospetto che l'America abbia occupato l'Iraq per assicurarsi il petrolio garantito da questi contratti", ha scritto Andrew E. Kramer sul New York Times. La parola "sospetto" è un gentile eufemismo.

La domanda di petrolio non è mai stata così forte. Le riserve dell'Iraq sono le seconde al mondo e l'estrazione è poco costosa. Per gli strateghi americani è fondamentale che l'Iraq rimanga sotto il controllo degli Stati Uniti e che, per quanto possibile, si comporti come uno stato-cliente docile, pronto a ospitare le loro basi militari nel cuore delle maggiori riserve di greggio del mondo. Che questo fosse lo scopo principale dell'invasione è sempre stato evidente, anche se si è cercato di nasconderlo con una serie di pretesti.

Nel novembre 2007 quest'obiettivo è apparso ancora più chiaro quando il presidente George W. Bush e il premier iracheno Nouri al Maliki hanno firmato una dichiarazione di princìpi senza consultare né il congresso statunitense né il parlamento iracheno, e meno che mai le popolazioni dei due paesi.

La dichiarazione lascia aperta la possibilità di una presenza militare statunitense in Iraq a tempo indeterminato. Il documento contiene anche una richiesta sfacciata sullo sfruttamento delle risorse irachene. Nel testo si dice che l'economia irachena, cioè le sue risorse petrolifere, dovrà essere aperta agli investimenti stranieri, "in particolare a quelli statunitensi".

Praticamente è come dire che abbiamo invaso il paese per controllarlo e avere un accesso privilegiato alle sue risorse.

A sentire la propaganda di Washington, i problemi degli Stati Uniti in Iraq sono tutti dovuti all'Iran. E la soluzione proposta dal segretario di stato Condoleezza Rice è semplicissima: tutte le "forze straniere" e le "armi straniere" dovrebbero essere allontanate dall'Iraq. Tranne quelle americane naturalmente. Lo scontro sul programma nucleare iraniano alza la tensione.

La tattica della Casa Bianca per imporre un "cambiamento di regime" in Iran si basa sulla minaccia dell'uso della forza (su questo entrambi i candidati alla presidenza sono d'accordo con Bush). La maggioranza degli statunitensi è favorevole all'uso della diplomazia e contraria a quello della forza. Ma l'opinione pubblica non incide sulle scelte del governo, e non solo in questo caso.

Paradossalmente, però, l'Iraq sta diventando un condominio iraniano-statunitense. Il governo di Al Maliki rappresenta la parte della società irachena più vicina a Teheran. Il cosiddetto esercito iracheno – poco più di una milizia – è costituito essenzialmente dalla brigata Badr, che è stata addestrata in Iran e ha combattuto con gli iraniani durante la guerra tra i due paesi.

Probabilmente Teheran è ben felice di vedere che gli Stati Uniti sostengono un governo iracheno che è sotto la sua influenza. Ma per il popolo iracheno quel governo è un disastro, e forse il peggio deve ancora venire.

Sulla rivista Foreign Affairs, Steven Simons fa notare che l'attuale tattica di controinsurrezione degli Stati Uniti sta "alimentando i tre fenomeni che storicamente hanno sempre reso instabili gli stati mediorientali: il tribalismo, il predominio dei signori della guerra e il settarismo". Il risultato potrebbe essere "uno stato forte e centralizzato governato da una giunta militare che somiglierebbe" al regime di Saddam.

In questa fase i democratici americani sono stati messi a tacere dal presunto successo della strategia del generale Petraeus. Ma il loro silenzio riflette anche il fatto che non hanno obiezioni di principio alla guerra. Questi sono gli occhi con cui si guarda il mondo: se si raggiunge l'obiettivo, la guerra e l'occupazione sono giustificate. E il tanto desiderato accordo petrolifero ne è una normale conseguenza.

In realtà, questa invasione è un crimine di guerra. Ma questo è un argomento di cui non si può discutere, né durante la campagna presidenziale né mai. Perché siamo in Iraq? Qual è il nostro debito con gli iracheni per aver distrutto il loro paese? La maggioranza degli americani è favorevole al ritiro. Qualcuno ascolterà la loro voce?

lunedì 28 luglio 2008

RICOMINCIAMO: UNA SVOLTA A SINISTRA

VII CONGRESSO PRC - Pubblichiamo il documento politico approvato dalla maggioranza (342 voti a favore su 646) della platea congressuale

Odg conclusivo
1. Il Congresso considera chiusa e superata la fase caratterizzata dalla collaborazione organica con il PD nella fallimentare esperienza di governo dell’Unione, dalla presentazione alle elezioni della lista della Sinistra Arcobaleno e dalla sbagliata gestione maggioritaria della direzione del partito.Il Congresso prende atto che nessuna delle mozioni poste alla base del VII Congresso nazionale del PRC è stata approvata.Ritiene necessario e prioritario un forte rilancio culturale, politico e organizzativo del Partito della Rifondazione Comunista.Respinge la proposta della Costituente di sinistra e qualsiasi ipotesi di superamento o confluenza del PRC in un’altra formazione politica. Il tema dell’unità a sinistra rimane un campo aperto di ricerca e sperimentazione, partendo da questa premessa.

2. Il rilancio del PRC deve essere caratterizzato in primo luogo da una svolta a sinistra. L’esperienza di governo dell’Unione ha mostrato l’impossibilità, data la linea del PD e i rapporti di forza esistenti, di un accordo organico per il governo del paese.La sconfitta delle destre populiste e della politica antioperaia della Confindustria è il nostro obiettivo di fase. A tale fine, la linea neocentrista che caratterizza oggi il Partito Democratico è del tutto inefficace e sarebbe quindi completamente sbagliata la proposta di ricostruzione del centro sinistra; ci ridurrebbe in una collocazione subalterna all’interno di un contesto bipolare.Al contrario è necessario costruire l’opposizione al governo Berlusconi, intrecciando la questione sociale con quella democratica e morale, in un quadro di autonomia del PRC e di alternatività al progetto strategico del PD.
E’ importante recuperare l’idea che l’opposizione non è una mera collocazione nel quadro politico ma si configura come una fase di ricostruzione, di radicamento e di relazioni sociali, di battaglia culturale e politica. Nella crisi della globalizzazione capitalistica l’alternativa la si costruisce nella lotta sociale e politica contro il governo Berlusconi, i progetti confindustriali e le visioni fondamentaliste e integraliste. Dentro questa prospettiva è indispensabile rafforzare la sinistra di alternativa, avviando una collaborazione fra le diverse soggettività anticapitaliste, comuniste, di sinistra e aggregando le realtà collettive ed individuali che si muovono al di fuori dei partiti politici sui diversi terreni sociali, sindacali e culturali.

3. Il rilancio del PRC parte dalla ripresa dell’iniziativa sociale e politica. La promozione di lotte, la costruzione di vertenze, la ricostruzione dei legami sociali a partire da forme di mutualità, sono indispensabili al fine di qualificare dal punto di vista dell’utilità sociale il ruolo storico dei comunisti e della sinistra. Così come sono elementi necessari per valutare l’efficacia della nostra presenza nelle istituzioni e per ribadire la nostra alterità e intransigente opposizione rispetto alle degenerazioni della politica. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative, ferma restando la piena sovranità dei diversi livelli del partito, anche alla luce dell’importanza assunta dai governi locali nel dispiegarsi di politiche di sussidiarietà, privatizzazione e securitarie, è necessario verificare se gli accordi di governo siano coerenti con gli obiettivi generali che il partito si pone in questa fase.La lotta contro la manovra economica antipopolare del governo delle destre, l’opposizione alle iniziative razziste e discriminatorie contro i migranti e i rom, il contrasto ai progetti di attacco al pubblico impiego e alla pubblica amministrazione, l’opposizione alla controriforma della giustizia e la questione morale, rappresentano terreni decisivi di iniziativa, di mobilitazione e di allargamento di un movimento di massa contro le politiche del governo.E’ quindi necessario, fin da subito, che il nuovo gruppo dirigente del partito lavori ad ogni possibile forma di coordinamento della sinistra politica, sociale e culturale al fine di mettere in campo la più ampia e forte mobilitazione contro il governo e la Confindustria. In questo quadro è necessario lavorare per la realizzazione di un nuovo 20 ottobre, una grande manifestazione di massa e una campagna politica di autunno che, partendo da quanti diedero vita all’appuntamento dello scorso anno, raccolga nuove forze, in particolare le espressioni di movimento e di lotta. Rientra in questo percorso l’impegno ad organizzare per il prossimo autunno la Conferenza Nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori.Non è però sufficiente una manifestazione; la ripresa di una iniziativa di lotta, richiede in primo luogo la messa in campo di una forte iniziativa in difesa delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari; dalla difesa dei Contratti Nazionali di Lavoro alla questione dei salari e delle pensioni, dalla questione dirimente della lotta alla precarietà all’iniziativa contro la disoccupazione nel Mezzogiorno, dalla lotta per la casa alla difesa e sviluppo del welfare.E’ centrale la questione del reddito, a partire dalla difesa del potere di acquisto di salari e pensioni che va tutelato anche attraverso un meccanismo di difesa automatica del valore reale delle retribuzioni e dal tema ineludibile del salario sociale.Si tratta di terreni decisivi per ricostruire l’unità del mondo del lavoro, tra nord e sud, tra lavoratori pubblici e privati, tra italiani e migranti, e per ricomporre le attuali cesure tra lavoratori garantiti e atipici. Si tratta di declinare queste lotte intrecciandole al conflitto di genere ed alle relazioni intergenerazionali. Solo la ripresa del conflitto di classe può evitare che la guerra tra i poveri prenda piede nel nostro paese, sedimentando razzismo e xenofobia.Pur nel rispetto dell’autonomia del sindacato, non possiamo che sottolineare la necessità assoluta che vengano superate le logiche concertative che hanno reso impossibile la difesa dei lavoratori e delle fasce a basso reddito. In questo quadro, riaffermando la necessità di una piena autonomia del sindacato da partiti, governo e padronato, auspichiamo la costruzione di una ampia sinistra sindacale che ponga al centro i nodi della democrazia e della ripresa del conflitto. Così come salutiamo positivamente ogni forma di coordinamento e di cooperazione nell’ambito del sindacalismo di base.Riteniamo opportuno favorire ogni elemento di conflitto dal basso nei luoghi di lavoro, la rinascita di un protagonismo dei lavoratori e delle lavoratrici, l’emergere di momenti di auto-organizzazione, tutti elementi decisivi affinché la battaglia anticoncertativa assuma una dimensione di massa. In questo quadro è necessario un forte investimento nella costruzione della presenza organizzata del partito nei luoghi di lavoro.Intrecciati con la questione sociale in senso stretto, sono cresciuti nel paese importanti movimenti di lotta su temi decisivi quali la laicità dello Stato, la difesa della Costituzione repubblicana e antifascista, il rilancio della scuola e dell’università pubblica, il diritto alla libertà di orientamento sessuale e la lotta contro ogni forma di discriminazione, omofobia, violenza alle donne e attacco alle loro libertà, al diritto di scelta e di decisione sul loro corpo com’è il tentativo di attacco alla 194 e la legge sulla procreazione assistita, la difesa dell’ambiente su questioni che interessano contesti locali ma pongono problemi generali relativi al modello di sviluppo. Basti pensare alle lotte contro la Tav, contro le grandi opere, contro la proliferazione di inceneritori e rigassificatori. Si deve dare un sostegno attivo a questi movimenti lavorando per una ricomposizione dei conflitti in una strategia globale di trasformazione.Diritti sociali, civili, ambientali sono per noi le diverse facce di uno stesso progetto: l’alternativa di società.In questo quadro il VII Congresso del PRC ritiene necessario il lancio di una stagione referendaria sulle questioni della precarietà, della democrazia sui luoghi di lavoro, dell’antiproibizionismo, da gestire con il più vasto schieramento possibile.

4. Il PRC, riprendendo il percorso cominciato a Genova, ribadisce la propria internità al movimento mondiale contro la globalizzazione capitalistica e, in questo quadro, la volontà di intensificare la collaborazione e le relazioni con i partiti comunisti e progressisti, con tutti i movimenti rivoluzionari e le importantissime esperienze latino-americane che si collocano contro le politiche neoliberiste e di guerra, con i popoli in lotta contro l’occupazione militare e per l’autodeterminazione.In Europa, in particolare, lavora ad un rafforzamento dell’unità delle forze comuniste e di sinistra alternative al Partito Socialista Europeo, sia nell’ambito del Partito della Sinistra Europea sia in quello del Gruppo Parlamentare Europeo della Sinistra Unitaria Europea-Sinistra Verde Nordica, al quale aderiranno i futuri eletti.Per questo motivo il Congresso dà mandato agli organismi dirigenti affinché alle prossime elezioni europee siano presentati il simbolo e la lista di Rifondazione Comunista – SE sulla base del programma che sarà definito nel prossimo autunno. Questa decisione si deve accompagnare alla ricerca di convergenze, in occasione delle elezioni europee, tra forze anticapitaliste, comuniste, di sinistra, sulla base di contenuti contrari al progetto di Trattato di Lisbona e all’impostazione neoliberista e di guerra dell’ Unione Europea. Il Congresso ritiene gravissima qualsiasi manomissione della legge elettorale per le europee e impegna tutto il partito a contrastare questo progetto con il massimo di mobilitazione democratica di massa.
In Italia, in vista del prossimo vertice del G8, il PRC si deve impegnare, nelle istanze del movimento contro la globalizzazione, a ricostruire lo schieramento di forze politiche e sociali che condusse la mobilitazione contro il G8 di Genova, senza tacere sulle responsabilità del governo Prodi e sull’accondiscendenza del governo Soru nell’individuazione della sede del vertice in Italia alla Maddalena.
Il PRC deve impegnarsi, nell’ambito del movimento pacifista, in ogni lotta contro le guerre in corso nel mondo, contro la NATO e contro tutte le basi militari straniere, a partire da quella di Vicenza, e deve impegnarsi per il ritiro dei contingenti italiani dai teatri di guerra.

5. Il Congresso ritiene necessario rilanciare il partito e il progetto strategico della rifondazione comunista ed impegna il nuovo gruppo dirigente a promuovere ed incoraggiare un effettivo e pluralistico dibattito politico e teorico che prosegua nel segno dell’innovazione e della ricerca. In questo quadro, la ricerca sul tema della nonviolenza non riguarda per noi un assoluto metafisico ma una pratica di lotta da agire nel conflitto e nella critica del potere.
E’ parimenti necessario rilanciare l’indagine sulla morfologia del capitalismo contemporaneo, allargare il lavoro di inchiesta sulla nuova composizione di classe e sulle forme di organizzazione del conflitto.Il rilancio del partito è impossibile senza la cura del partito stesso.Il Congresso impegna il nuovo gruppo dirigente a procedere nella riforma del partito, in particolare mettendo in discussione il carattere monosessuato e separato della politica, muovendo dalle indicazioni emerse dalla Conferenza di Organizzazione di Carrara.E’ necessario impedire ogni degenerazione del partito in senso leaderistico e plebiscitario ed ogni subordinazione del partito alle rappresentanze istituzionali e ai rapporti verticistici con altre forze politiche.La gestione unitaria del partito, nel rispetto di eventuali dialettiche interne agli organismi dirigenti a tutti i livelli, deve essere intesa come partecipazione ai processi decisionali e non come mero diritto di critica a decisioni assunte da maggioranze o, peggio ancora, da cerchie ristrette di dirigenti.
La democrazia non è una forma qualsiasi di funzionamento del partito. Non si deve ridurre alla pura dialettica tra diverse posizioni né confondere in alcun modo con forme plebiscitarie di consenso. Il tesseramento deve essere strumento di partecipazione alla vita del partito, al suo progetto politico e alle sue decisioni. Non deve mai ridursi a strumento burocratico di conta interna. La democrazia necessita di partecipazione libera ed informata alla formazione di decisioni circa gli indirizzi politici di fondo e le scelte più importanti. In questo quadro la democrazia di genere è elemento essenziale della trasformazione della società per un mondo in cui eguaglianza e differenza siano elementi fondativi dell’autocostituzione di soggettività critiche, consapevoli, sessuate.
Gli organismi dirigenti a tutti i livelli non devono essere retti da una logica elitaria e devono essere fondati sul principio di responsabilità. La rotazione degli incarichi, la non commistione di incarichi di partito con incarichi istituzionali di governo, il rinnovamento costante degli organismi e il superamento del loro carattere monosessuato, l’introduzione di codici etici relativi ai comportamenti connessi ai privilegi sono obiettivi che il Congresso indica come prioritari al nuovo gruppo dirigente.
Il Congresso impegna infine il nuovo gruppo dirigente a lavorare, con gli strumenti opportuni, al miglioramento della formazione di tutti gli iscritti, dai militanti di base ai dirigenti nazionali”.

Chianciano, 27 Luglio 2008

domenica 27 luglio 2008

A favore dei padroni



Se è vero che il Governo Prodi aveva fatto poco per il problema del precariato, e lo abbiamo ammesso con franchezza, a maggior ragione oggi dobbiamo puntare il dito sull'attuale maggioranza, che sta facendo di tutto per aumentare i precari ed avvantaggiare i padroni, anche quelli che commettono irregolarità nelle assunzioni. Il nocciolo della questione:

Finora il magistrato che riscontrava irregolarità sul ricorso a uno o più contratti a termine, poteva obbligare il datore di lavoro a riammettere in servizio il lavoratore con un contratto a tempo indeterminato. Se passerà la nuova norma, il giudice dovrà limitarsi ad applicare all'azienda una sanzione di entità variabile tra le 2,5 e le 6 mensilità (la stessa prevista per le imprese al di sotto dei 15 dipendenti). Con la sanatoria, il diritto al reintegro decadrà per chi in questo momento è in causa.

Qui

Catechismo: la guerra giusta, la guerra santa



L'altra sera stavo guardando Le ragioni dell'aragosta, il toccante film di Sabina Guzzanti dello scorso anno, e sono rimasto colpito da una notizia sulla modifica delle ragioni della guerra apportata al Catechismo (nell'articolo che si leggeva nel film risultava fatta dal nuovo Papa). Ora, di sicuro sono molti anni che non mi interesso del Catechismo, e quindi non sono in grado di verificare se quello che riporterò è effettivamente una modifica recente o è un concetto presente da sempre, ma al di là di questo quello che conta è il pensiero in sé, che è a dir poco aberrante se si considera che va letto a dei bambini. Ecco cosa inculcano nella mente dei piccoli:

2309 Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente:

— che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo;

— che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci;

che ci siano fondate condizioni di successo;

— che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione.

Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della « guerra giusta ».

La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune.